Una settimana senza internet Se il reporter stacca la spina

IL TEST

Il Washington Post ha chiesto a otto giornalisti di rinunciare a iPhone, Blackberry e social network. Alcuni hanno barato, altri hanno riscoperto le radici della professione. Mesi fa in Francia il contro-esperimento

di GIULIA BELARDELLI

Una settimana senza internet Se il reporter stacca la spina

GIORNALISTI senza internet, offline per una settimana. Niente
e-mail, iPhone, BlackBerry. Disintossicazione da Facebook e
Twitter, assenza forzata da blog e social network. Solo contatti
diretti con le fonti, interviste di persona o al massimo via
telefono. Non è un gioco di immaginazione, ma un vero e proprio
esperimento intrapreso da otto giornalisti del Washington
Post
che, su richiesta del loro caporedattore, hanno accettato
di partecipare all’operazione denominata “Unplugged Reporters”.
L’idea è nata dopo che alcuni, a casa e in redazione, avevano
accusato i primi sintomi di web-dipendenza: ansia da smartphone,
iPad mania e texting ossessivo-compulsivo. Quale soluzione
migliore, allora, che staccare la spina per un po’ e tornare alle
“radici della professione”?

Due esperimenti a confronto. La sfida  -  perché
di questo, in ogni caso, si è trattato – si colloca agli antipodi
di un esperimento organizzato qualche mese fa dalle Radio Pubbliche
Francofone (RFP). In quell’occasione cinque giornalisti provenienti
da Francia, Canada, Belgio e Svizzera erano stati rinchiusi per
cinque giorni in un cottage nel Perigord (sudovest della Francia)
con Facebook e Twitter come unico contatto con il mondo esterno.
L’obiettivo era scoprire che tipo di storie fossero in grado di
raccontare utilizzando come fonti soltanto i due social network.
L’operazione, chiamata “Huis clos sur le Net” (A porte chiuse sulla
rete), ha goduto di una forte attenzione da parte dei media, cosa
che, secondo gli organizzatori, ne ha compromesso gli esiti. I
reporter, infatti, erano sì riusciti a fare il loro lavoro
basandosi solo sui post dei contatti, ma il sospetto è che gli
utenti dei social network, essendo al corrente dell’iniziativa, li
avessero facilitati modificando il loro comportamento abituale.
Questa volta ai reporter è stato chiesto il contrario: rinunciare,
per un periodo di tempo limitato, al proprio io telematico e
interrogarsi su usi e abusi  del web 2.0. I risultati, com’era
prevedibile, sono stati alterni: alcuni non ce l’hanno fatta e si
sono tirati indietro alla prima occasione, altri hanno provato a
barare, altri ancora hanno detto di aver avuto delle
“epifanie”.

Le regole e i timori alla vigilia. Trattandosi di
un esperimento sociologico ancor prima che giornalistico, ai
“reporter-cavia” era stato chiesto di tenere i propri compagni e
familiari all’oscuro di tutto il più a lungo possibile. In questo
modo, ognuno ha dovuto fare i conti in privato con l’astinenza da
internet, senza scaricare ansia e frustrazione sul prossimo. Nella
nota che apre il resoconto di “Unplugged Reporters”, il
caporedattore Marc Fisher racconta la varietà di umori che ha
preceduto il via. Se all’inizio l’idea era stata accolta con un
certo entusiasmo, con il passare dei giorni in molti sono andati
nel suo ufficio con domande del tipo: “Lo faremo sul serio?”, “Ma
davvero lo dobbiamo fare?”, e poi “Potrei essere esonerato?”. Tra
illuminazioni e stratagemmi, Fisher ha chiesto agli
unplugged di raccontare la loro settimana senza internet:
frammenti di un “momento dolce, della vecchia scuola”, lo definisce
lui, giorni in cui i giornalisti sono usciti dai loro cubicoli e
sono andati fuori a incontrare la gente, pranzare insieme,
conversare.

Giorni di unplugged: l’astinenza. Per
Theresa Vargas, staff writer del Post, l’esperimento è
stata una tortura. “La depressione è arrivata il primo giorno,
mentre stavo tornando a casa in metropolitana”, confessa la
giornalista. “Di solito sono quattro fermate veloci, il tempo di
scrivere qualche e-mail, controllare le ultime news sul BlackBerry
e mandare un messaggio a mio marito. Quel giorno, invece, sono
state quattro fermate lunghe e interminabili. Sentivo le mani
inutili, la mente denutrita”. Dal punto di vista lavorativo, le
cose non sono andate molto meglio: “Come reporter, ero
paralizzata”. Dopo soli due giorni, ha chiesto di essere esonerata
perché la storia su cui stava lavorando, un caso di cyber-stalking,
“non era realizzabile senza internet”. Sulla stessa linea
l’esperienza di Ian Shapira: “La prima mattina, mi sono svegliato e
ho sentito i neuroni del mio cervello dare ordini alle mani:
prendere il cellulare, controllare le mail, Facebook. Twitter, la
chat e tutto il resto”. Anche in questo caso, la ritirata è
avvenuta dopo un paio di giorni. “Mi son detto che l’articolo che
dovevo scrivere, sul collasso del mercato dei cavalli nel Maryland,
non poteva essere fatto se non online. E allora ho ceduto”.

Le epifanie offline. Non a tutti è andata così.
Michael S. Rosenwald, ad esempio, racconta non solo di aver
resistito tutta la settimana, ma anche di aver scoperto un nuovo
modo di essere connesso. “Dopo quindici anni passati a navigare in
rete, mi sono reso conto che i miei percorsi erano diventati più
prevedibili, con meno sorprese. Avevo lasciato la casualità fuori
dalla mia vita. Ogni giorno decine di aggiornamenti e feeds
automatici mi recapitavano direttamente sulla posta tutte le
informazioni che ritenevo necessarie. Mi ero convinto di non aver
più bisogno dei giornali. Poi, una volta fatto il log-off,
è arrivata la liberazione: io non sono un gadget!”. Da quel
momento  Rosenwald, che scrive soprattutto di business e mondo
digitale, ha cambiato abitudini: “Ho ricominciato a leggere più
giornali e a diversificare i miei movimenti sul web. Ora controllo
il mio account su Twitter solo una volta al giorno, ho anche tolto
l’applicazione dal cellulare. Mi sento di nuovo nella posizione di
essere sorpreso”. Storia simile per un’altra unplugged, Brigid
Schulte, che ammette: “Ho barato quasi ogni giorno. A volte con
scuse credibili, altre volte per pura debolezza. La prima sera ho
passato quasi due ore su internet a cercare ‘il posto perfetto’ in
cui far alloggiare mia sorella a New York, il mese prossimo. Poi mi
è venuto in mente un viaggio organizzato da una zia nel lontano
1976: senza internet, ha portato 13 parenti di età compresa tra i
12 e i 76 anni dall’Oregon all’Irlanda, passando per il Wyoming e
il Colorado. A quel punto ho capito che stavo sbagliando qualcosa,
non solo nel mio lavoro ma anche nella mia vita”.

I commenti sono chiusi

STAI AGGIORNATO

Scienza

ADVERTISEMENT

Collegati - Portale delle Scienze by VPS Server