Un paio di anni fa Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, lasciò la sua ragazza proprio sulle pagine dell’enciclopedia online, modificando la propria biografia da fidanzato a single. Lei si vendicò all’istante mettendo alcuni indumenti di Wales all’asta su eBay. I due sono stati pionieri di un nuovo modo di dirsi addio: online.
E’ da poco uscito negli Stati Uniti un saggio dal titolo The breakup 2.0, in cui Ilana Gershon, professore del Dipartimento di comunicazione e cultura dell’Università dell’Indiana, esplora i diversi modi in cui le persone usano i nuovi media per mettere fine alle relazioni. E ne valuta anche le conseguenze.
Tra le 72 persone intervistate per la sua ricerca, la maggior parte dei quali studenti universitari che fanno un uso massiccio di telefonini, internet e social network, Gershon ha raccolto molte testimonianze di “scaricati” post-moderni. C’è chi, come la ex fidanzata di Wales, ha scoperto di essere stato lasciato dagli aggiornamenti del profilo di Facebook non solo del partner, ma anche del proprio, modificato automaticamente di conseguenza. Il problema è che così può succedere che gli amici di Facebook della coppia vengano a sapere della rottura prima del diretto interessato.
“Quasi tutti”, spiega la Gershon, “concordano che il modo migliore di lasciarsi sia un incontro faccia a faccia“. Gli unici che pensano che sia possibile utilizzare anche modi meno diretti “immaginano sempre di essere loro a lasciare, ma non vorrebbero mai essere dalla parte dei mollati”.
Con tutti i nuovi mezzi che abbiamo per comunicare, tra sms, email, messaggi istantanei su Twitter, blog e aggiornamenti di status sui vari social network, Facebook in testa, è possibile stabilire una classifica dei modi più tollerabili per dirsi addio? “Quello che mi ha davvero sorpreso”, spiega l’autrice, “è che lasciarsi al telefono oggi è molto più accettabile di quanto non fosse 15 o 20 anni fa. Con tutte le alternative a disposizione, avere una conversazione, per quanto mediata dal telefono, è considerato ampiamente accettabile“.
E se è dura scoprire di essere stati lasciati dagli aggiornamenti di un social network, nato tra l’altro per ritrovarsi e non per dirsi addio, ancor più difficile è resistere alla tentazione di “spiare” l’ex per cercare di capire le ragioni per cui si è stati lasciati. “Quello che ho trovato interessante di molte storie di separazione che ho raccolto è che si tratta di detective story“, racconta Gershon. Gli amanti respinti si gettano spesso in un’investigazione approfondita e controllando i profili dei diversi social network dell’ex partner scoprono dettagli della sua nuova vita dai quali deducono i motivi della rottura.
Autolesionismo o cyberstalking? Un modo sofisticato e tecnologico per torturarsi inutilmente o un’inaccettabile invasione della privacy altrui? In tempi in cui la parola privacy ha perso molto del suo significato ci sono altri dilemmi da sciogliere. Per esempio cosa fare delle foto fatte in coppia e postate sulle bacheche in giro per la rete? Non si possono bruciare in un catartico falò, come si faceva un tempo, ed è molto più difficile liberarsene dal momento che le immagini affidate alla rete possono rispuntare fuori all’improvviso da ogni angolo di ogni bacheca di ogni amico di Facebook.
“La mia ricerca non ha prodotto un decalogo di regole per lasciarsi. Ce n’è solo una che mi sento di dare alla fine di tutte le interviste fatte”, conclude Ilana Gershon. “Non condividete le password. E se avete delle password condivise cambiatele non appena pensate che una rottura con il partner sia imminente”. Una ben strana lezione da imparare nell’epoca della condivisione totale.









