MAREA NERA
Gli esperti prevedono un periodo di tempeste. Se colpissero la zona dove si sta accumulando il petrolio, potrebbero spingerlo verso terra. A distruggere l’ecosistema delle paludi
L’uragano Rita del 2005
NEW YORK - L’operazione Top Kill ha fallito.
Nel Golfo del Messico il petrolio continua a fuoriuscire dalla
piattaforma esplosa e la marea nera si è depositata sul fondale,
come una manta gigante e tossica. Il malcontento
dei cittadini americani, e non solo, è arrivato nelle piazze. Obama
è furioso. La Bp non riesce a gestire il disastro e non ci sono più
certezze. Ma potrebbe andare peggio.
Con l’arrivo della stagione degli uragani, prevista da inizio
giugno fino a novembre inoltrato, la catatrofe potrebbe addirittura
aggravarsi. Gli esperti prevedono infatti una delle stagioni più
turbolente degli ultimi decenni. Dipende dal clima, dai cambiamenti
ai quali il pianeta è sottoposto. Una tempistica che adesso però
potrebbe risultare fatale. Se un uragano dovesse passare nella zona
della marea nera, i venti e le onde potrebbero il greggio verso la
terraferma, a distrugere completamente il fragile equilibrio
dell’ecosistema delle paludi.
“Si trasformerà da un disastro ambientale in una catastrofe
ambientale senza precedenti”, spiega Brian D. McNoldy, ricercatore
e studioso di tempeste tropicali all’Università del Colorado. Le
previsioni non possono dare certezze assolute, ma quelle che stanno
facendo gli esperti sono pessimistiche da quasi ogni punto di
vista. Ma gli effetti sulla marea nera dipendono dal percorso,
dalla forza e dalla velocità di un uragano. E dipendono soprattutto
dalle dimensioni che avrà raggiunto la macchia di petrolio nel
momento in cui dovesse essere colpita dalla tempesta.
Andando in senso anti-orario i venti di un uragano potrebbero
spingere la massa oleosa verso la terra, se l’uragano arrivasse da
ovest della macchia, o verso l’oceano nel caso provenisse da est.
Inoltre un uragano è in grado di scuotere l’acqua molto
violentemente ma abbastanza in superficie, senza arrivare sul
fondale dove il greggio si sta accumulando, molto in
profondità.
La National Oceanic and Atmospheric Administration prevede
per quest’anno l’arrivo di un numero di tempeste compreso tra 14 e
23. Di queste da otto a 14 si trasformeranno in uragani. Tre o
sette avranno venti che soffieranno anche 180 chilometri orari. Se
non di più. Il mese scorso l’Università del Colorado aveva fatto la
stessa previsione: 15 tempeste, otto uragani, quattro dei quali
giganteschi. Secondo due esperti della stessa Università, Philip J.
Klotzbach e William M. Gray, ci sono il 43 per cento delle
possibilità che almeno uno di colpisca la Louisiana. Passando sulla
chiazza di petrolio.
Una buona notizia però c’è. Il greggio potrebbe frenare l’uragano e
limitarne la violenza. Nel 1996 una coppia di riceratori, i coniugi
Joanne e Robert H. Simpson, scoprirono che un liquido insolubile
sparso sulla superficie dell’oceano sarebbe stato in grado di
limitare l’evaporazione dell’acqua, la stessa che alimenta
l’energia di un uragano. In realtà però le tempeste in arrivo
saranno troppo estese, forse tra i 300 e i 500 chilometri, troppo
più grandi della zona dove si sta spargendo la marea nera.
Come se non bastasse, ha spiegato Kerry A. Emanuel, professore di
scienza atmosferica al M.I.T., riducendo l’evaporazione, il
petrolio potrebbe surriscaldare le acque del golfo “come una
persona che indossi una tuta di gomma in una giornata caldissima di
sole”. L’acqua calda significherebbe ancora più energia per nutrire
l’uragano.








