In memoria di un fisico gentile


Di Marco Cattaneo

”Con la scoperta del quark top, e dando per acquisita l’esistenza del bosone di Higgs, la caccia alle particelle sembrerebbe esaurita. In realtà non è così: il Modello Standard non è pienamente soddisfacente. Esso non comprende una corretta descrizione dei fenomeni quantistici associati alla forza di gravità, e non può essere quindi considerato completo». Con queste parole si chiudeva l’articolo che Nicola Cabibbo scrisse nel 1997 per Quark 2000, il libro che «Le Scienze» pubblicò con l’Istituto nazionale di fisica nucleare in occasione dell’omonima mostra. Così, senza un rimpianto, con un linguaggio asciutto e misurato, il grande fisico romano riconosceva d’un colpo la grandezza e i limiti di quella straordinaria architettura teorica a cui aveva dato contributi fondamentali.
Asciutto e misurato come era stato due anni fa, quando l’Accademia delle scienze di Stoccolma assegnò il Nobel per la fisica a Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa, che con lui condividono la paternità della matrice di Cabibbo-Kobayashi-Maskawa, uno degli strumenti più utili e originali della moderna fisica delle particelle. Molti, in Italia, ebbero a sottolineare, anche con veemenza, la plateale ingiustizia di quell’esclusione. Quasi tutti. Tranne lui. Che, umile e schivo, non ha mai espresso un commento pubblico su quell’episodio.
Aveva 28 anni, Cabibbo, quando pubblicava su «Physical Review Letters» – durante un soggiorno al Lawrence Berkeley National Laboratory – l’articolo che, per dirla con la sua modestia, «ha permesso di spiegare qualche mistero della fisica dell’epoca», precedendo di pochi mesi l’idea dell’esistenza dei quark e rivelando come avviene il mescolamento tra diverse particelle dentro una sola. Ed era all’inizio di una luminosa carriera che lo avrebbe portato a occuparsi di cromodinamica quantistica e di supercomputer, a profondere energie nell’insegnamento e nella divulgazione, ma anche ad assumere incarichi di primo piano nel «governo» della ricerca, dalla presidenza dell’INFN a quella dell’ENEA. Solo pochi giorni prima della sua scomparsa, l’8 agosto, l’International Centre for Theoretical Physics di Trieste gli aveva conferito la Medaglia Dirac, l’ultimo di innumerevoli riconoscimenti, tra cui l’affiliazione all’Accademia dei Lincei e alla National Academy of Sciences statunitense.
Dal 1993 era presidente della Pontificia accademia delle scienze, e sotto il pontificato di Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo di primo piano, si dice, nella riabilitazione di Galileo Galilei. Ma forse anche nella sostanziale ammissione che la teoria dell’evoluzione non è in contrasto con la dottrina cattolica. Sull’argomento è intervenuto spesso, anche di recente, riconoscendo sempre la fondatezza scientifica dell’evoluzionismo. « Oggi tra gli scienziati cattolici – diceva in un’intervista del 2003 – è chiarissimo che si può benissimo credere nell’evoluzionismo e nella Creazione (non nel creazionismo). Dire il contrario è come sostenere che la Terra è piatta o il Sole si muove perché così diceva la Bibbia».
Ecco, mi piace ricordarlo così, Nicola Cabibbo, con la sua straordinaria statura di scienziato e la sua umanità fuori dal comune. Qualità tutt’altro che facili da sommare in una sola persona.

(26 agosto 2010)

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